Archive for the ‘nel borgo rinsecchito’ Category
posted by ginoperso on Ott 3
Il ginoperso ammansiva la fame con concentrazione monacale.
Ne respingeva i richiami, la voce sommessa del ventre,
e trascurava le contrazioni forti del suo stomaco in rivolta.
Come mantice per appiccare il fuoco, il ginoperso sentiva li suo stomaco aprirsi e chiudersi con lieve dolore, una sofferenza improvvisa e momentanea, una stretta bassa nel profondo della pancia afferrata dalla mano violenta di un’antica paura, miseria delle anime perse.
Era questa fame un piccolo male da combattere con facilità, da annichilire presto, anche se più in alto, la sua testa fantasticava di piatti fumanti di spaghetti, coperti di rosso pomodoro, guarniti da profumate foglie di basilico grandi un pollice.
Voleva il gino vincere la quotidiana battaglia dell’uomo sui suoi bisogni, essere al di sopra delle sue viscere, più forte dei suoi budelli e non temere la miseria che a volte arriva, non farsi cogliere impreparato da un’improvvisa povertà e nel caso riuscire a mantenersi lucidi, senza regredire come bestia ai bisogni primari.
I budelli contorcendosi non ne volevano sapere d’una vita ascetica in cui la pelle pian piano si stacca dalle ossa e i muscoli si tirano e si compattano alle misure di quelli delle lepri; le viscere parevano voler cambiare di posto, spingendo e gorgogliando tanto che, dalla pancia del ginoperso, sembrava stesse prendendo vita un golem mostruoso.
La lotta era impari e il ginoperso debole guerriero.
Resistette ancora qualche passo, poi cedette di schianto e, scorta una vecchia osteria, vi entrò deciso.
La pace fu ristablita e la firma apposta sulla gialla carta assorbente che faceva da misera tovaglia: la fame e la ragione si riconciliarono per quel giorno.
E furono spaghetti.
posted by ginoperso on Mag 31
Il ginoperso appannava il vetro della finestra con il respiro, mentre guardava la neve cadere sul bosco, come zucchero vanigliato dal setaccio.
Il borgo, silenzioso come un morto nella bara, si rannicchiava ancora di più per difendersi dal freddo e, contraendosi, quasi scompariva sotto la coperta candida della nevicata.
Il bosco pigolava nella notte, tutti i passeri al freddo, i rumori dei rami spezzati per il peso della neve animava il silenzio. Si chiedeva il gino quale coperta avrebbe riscaldato tutti quegli uccellini impreparati, singhiozzanti adesso in cinguetttii isterici.
La notte intanto continuava a crepitare di improvvisi rumori, come di lenti passi tra gli alberi.
Era l’inverno che avanzava con i suoi piedi pesanti.
(gennaio 2006)
posted by ginoperso on Ott 29
Il ginoperso vagava per il borgo angusto.
Il ginoperso vagava per il borgo stretto.
Il ginoperso vagava per il borgo striminzito.
Il ginoperso aveva poi smesso di vagare ché dopo tre minuti ritornava sempre al punto di partenza, davanti all’ufficio postale, dopo aver fatto il solito ed unico giro possibile.
“Maledetto borgo piccolo e circolare, che mi fai saliscendere dal castello come girando su di una giostra. Ogni volta che voglio passeggiare è come aver vinto un altro giro… ché tanto il giro finisce subito, appena il tempo di partire e, senza poter provare nostalgia, son già tornato!”
posted by ginoperso on Set 29
Dalla finestra aperta della sua casetta il ginoperso udiva rumori lontani come di sacchetti di carta gonfiati e poi scoppiati per dispetto.
Sentiva quegli scoppi riecheggiare di valle in valle, ché le colline fuori dalla sua finestra s’eran messe nei millenni una dietro all’altra, creando valli strette e scure. Eran così vicine che parevano onde d’un mare agitato di collinette boscose.
Sacchetti di carta esplosi con la mano, così, schiacciati per dispetto… questo era ciò che il gino perso provava ad immaginare.
Cercava di figurarsi il paffuto pettirosso o la maliziosa cinciallegra, come se in quel preciso istante si fossero posati sul davanzale della sua finestra a becchettar briciole di pane.
Riecheggiò invece un’altro sparo.
E un altro ancora.
Affacciato alla finestra aprì le braccia e con un moto di protezione provò ad abbracciare tutte le rondini, i passeri e le gazze e tutti gli altri che volavano in quelle valli.
Provò a tenerli tutti con sè, nel suo grembo e sentì mille piccoli cuori aumentare i battiti per il terrore e udì il fruscio delle piume impazzite.
posted by ginoperso on Giu 29
Svoltando un paio di volte dalla strada principale, si giungeva a quel minuscolo borgo: il ginoperso era attratto dal nome misterioso ma non vi trovò né orsi né gulag, né prigionieri illustri a bersi la loro ora d’aria con il viso triste incorniciato da folte barbe grigie. Nemmeno trovò zuppe a cuocere per ore e l’odore di cipolle e cavolo, meno che meno vide torri petrolifere o cercatori d’oro, o la stazione della transiberiana. Però avventuriero sentiva di esserlo: vedeva confondersi il ghiaccio con il cielo, come a sua volta Fiumani, vedeva persone chiuse in case piccole, vedeva stesi al sole ad asciugare panni rossi e sapeva esserci vodka o almeno grappa dentro a qualche madia.
Respirava l’aria in lunghe boccate e cercava intorno a sé tracce della sua nazione e, come per incanto, non le vedeva ma percepiva russia tutt’intorno, odori diversi e perfino un freddo pungente.
La Siberia era lì davanti a lui, proiettata su tre case in croce di un minuscolo luogo appena segnato sulle cartine. Ce ne saranno altre di Siberie, pensava, e altre ancora ne incontrerò.
Intanto pensava che un po’ di siberia un giorno se la sarebbe mangiata dentro al ristorante d’una città a lui sconosciuta: accompagnato dalla farfalla nera, esploratrice d’aria e profumi, avrebbe passeggiato nella vecchia capitale, città fredda e d’odori di meccanica. Quel giorno avrebbe dimenticato no d’invitar al suo tavolo un certo scrittore gentiluomo.
posted by ginoperso on Mar 29
Il ginoperso starnutiva di primavera.
Prurigini olfattive gli stuzzicavano le narici chè doveva ogni volta tamponare sonori starnuti con dito provvidenziale.
Il ginoperso sapeva che non era salutare costringere gli starnuti chiusi nelle segrete delle sue nari. Gli starnuti erano come animali selvaggi e impetuosi, capaci dell’esplosione improvvisa.
Era il polline che galleggiava nell’aria a irritare la respirazione del povero gino.
Erano i batuffoli dei platani, l’odore della parietaria che apriva squarci nelle mura antiche del borgo, l’acre odore del pitosforo delle siepi: la primavera lo colpiva passeggiando pe’l borgo piccino. E il ginoperso tramortiva quasi di stanchezza.
La magnolia giapponese già era sfiorito e aveva da tempo lanciato a terra i suoi fiori grandi simili a coppe per il vino, lasciando sul terreno centinaia di cocci carnosi (e la farfalla nera già aveva pianto come ogni anno, la loro fulminea scomparsa).
posted by ginoperso on Dic 29
Il ginoperso passeggiava tra le mura del borgo minuscolo.
Le lampade comunali rendevano le vie spettrali e pacifiche al tempo stesso, mentre una nebbia improvvisa si era alzata.
Il ginoperso passeggiava con passi lenti, ascoltandone il suono sull’antico selciato. Non udiva voci e neppure miagolii di gatti. Il borgo addormentato era intriso di nebbia e goccioline d’acqua si posavano sulle auto in sosta.
Il ginoperso non affrettava il passo di quella passeggiata notturna perché aveva timore di terminarla troppo presto, tanto era piccolo quel borgo. Eran poche centinaia di passi quelle necessarie ad aggirare il castello, salire e scendere per le antiche viuzze, incontrare un’improvvisa piazzetta piena di piante e di fiori (uno squarcio di gungla in mura di vecchia pietra).
Poche centinaia di passi sotto alle finestre chiuse, alle luci spente. E sotto ad un castello per niente autoritario, borghese e senza torri, di mura scoscese fatte in mattoni rossi. Le viuzze sembravan fessure tra la pietra solidale del borgo.
“Beh – pensò il ginoperso – è ora di andare a dormire”. E così fece.
posted by ginoperso on Nov 29
Il ginoperso saliva le strade del borgo minuscolo.
Voleva arrampicarsi, salire fino al castello, schiarito nella notte da alcuni fari incastonati nel selciato della vecchia ascesa.
(Si dice che visto dall’alto il mondo sia più bello).
Il ginoperso voleva salire in alto ed osservare, scrutare l’orizzonte buio e capire se in lontananza si vedevano i bagliori del futuro o le sue esplosioni.
Era tornata la guerra, di soldati feriti e donne insaguinate, di legittime difese e di spari ciechi nella notte: quanti anni eran trascorsi da quando le esplosioni si scorgevano dalla cima di quel castellaccio squadrato?
posted by ginoperso on Giu 29
Il banchetto delle rondini al crepuscolo era come un sabba gioioso.
Indiavolate le rondini sembravano inseguirsi con le bocche spalancate, la gola arancione bene in vista, mentre si gettavano giù verso il terreno con virate imprevedibili.
Piroettavano nella piccola vallata, danzando intorno agli insetti, cantando il loro ringraziamento al cielo per il banchetto quotidiano.
E continuavano così finché calava la sera.
