Archive for the ‘nel borgo natio’ Category

posted by ginoperso on Nov 21

“Aironi, bianchi cavalieri di queste steppe piccole
sputate di pioggia e di smog,
scavalcatori di spaventapasseri,
statue ancestrali apparse nei campi di cavolo nero,
gambe lunghe di ombre della sera,
totem conficcati nella melma molle,
volatemi più vicino,
saltellate nei vasi dei miei fiori di città
sul balcone dove coltivo il rosmarino,
conficcatevi lì, in quella terra povera e minima,
ch’io vi veda dalla finestra al risveglio
e mi ricordi cos’ero prima di diventare un uomo.

Aironi, che avete il collo come tubo di gomma
vorrei che avvolgendomi mi beccaste via tutte le pulci
che questa città grande, asmatica, m’appiccica addosso,
con i vostri becchi lunghi e precisi come pinze d’orafo.
Quando vi vedo volare sento l’Africa,
nei refoli che s’animano dalle vostre ali il silenzio dell’inizio,
e svanisco,
perché voi eravate qua prima di me.”

Il Ginoperso costeggiava i campi coltivati mentre l’autunno si riposava, lasciando i fossi pieni e la terra molle.

posted by ginoperso on Ott 17

posted by ginoperso on Giu 5

Il ginoperso stordito vagava nella notte scura.

Densa s’avvolgeva l’oscurità intorno a lui e i suoi passi risuonavano nelle strade sgombre. Come per un coprifuoco le strade eran deserte, le finestre buie, ogni luce spenta e fredda.

Ognuno si concedeva il sonno riposante per poi ricominciare a vivere al mattino, incalzato dal ringhio della città. Il gino perso si smarriva per il suo borgo minuscolo per cercar voci vivaci, sguardi amici, baci e bevute.

Sapeva dove cercare.
Ma eran rimasti in pochi, ché gli altri ad ogni alba eran chiamati da una vita rincoglionita a cui donavan le giornate, poi a dare il sangue per vivere stupide serate e stordenti ferie.

Il gino perso vagava ai margini della propria vita. Senza soluzione…

posted by ginoperso on Mag 29

Il ginoperso stava sotto la fitta nevicata viola

di un antico glicine.

Fiore cittadino, arbusto abbarbicato tra mura crepate e balconi trecenteschi,
colata lavica da vulcanica terrazza,
gazebo di colorata vertigine, uva per gli occhi,
profumata collana primaverile per medicei palazzi decaduti,
stava lì a farsi rimirare, come una donna dalle belle grazie.

Grappoli di fiori teneri, appetitosi allo sguardo,
il ginoperso voleva quasi mangiarselo quel glicine
e portarsi dentro per sempre lo spettacolo meraviglioso del suo colore.

posted by ginoperso on Gen 29

Il ginoperso vagava per il borgo prosciugato (PDF)

posted by ginoperso on Gen 29

Il ginoperso schifato da ‘sto mondo mercante spegneva per l’ultima volta la televisione.

I programmi estivi fan ben schifo e ne aveva abbastanza.

“Inutile ammasso di ferraglia, compagna ladra d’idee e avara di sentimenti, calda scatola riscaldante che fa sudare, polverosa catapecchia piena di gente guasta, ora basta!”

Prese il suo televisore, lo impacchettò ben bene, ne fece una scatola e pur sudando e faticando lo portò ad un vecchio negozio.

Lo scambiò con un ventilatore nuovo di zecca, lucido e cromato, e con una gioia nuova, radiazioni di felicità che gli scuotevano il viso.

Il gino perso era fiero di ciò ch’aveva appena fatto.

posted by ginoperso on Ott 29

Il ginoperso era fuggito dal borgo rannicchiato.

Era adesso in un borgo ancora più stretto, arrampicato e poi adagiato su di una piccola collina tra i boschi.

Aveva ‘sto borgo un castello di mattoni rossi e mura lisce e inclinate, con finestre e tegole e nemmeno una torre! Eppure si vantava d’esser castello.

Un borgo avvezzo a’cinghiali, al silenzio e ai mobili. Il gino perso non ne avrebbe certo percorso le strade durante la notte in corse sfrenate, anche perché le strade eran due e ed eran circolari.

Si sentiva libero. (Allora, penso io, non era il borgo che lo ingabbiava, perché adesso sarebbe ingabbiato altrimenti in una gabbia ben più stretta).

posted by ginoperso on Set 29

Il ginoperso pensava alla città salmastra come possibile nuova destinazione del suo abitare.

Non ci sarebbero più state corse affannate nel piccolo borgo chiuso come un’ostrica, ma visioni marcilenti d’un porto fatto di gru illuminate di notte come luna park e sotto il lieto moto ondoso accarezzar la città nuova .

Sarebbero bastate alla felicità ‘ste tre stanze arredate male, brutte, vestite d’abiti malconci e vecchi, retrograde spoglia di mobilia antica. Sarebbe bastato svegliarsi ogni mattino con il cinguettio degli uccellini, aprendo la finestra davanti a visioni di palme sapendo d’essere poi nel cuore sporco d’un porto appena cosmopolita.

Sarebbe bastato alla felicità quel gran soggiorno luminoso, le due finestre aperte su aria calma, nessun vociare di bambini né rumore di clacson. Chissà se sarebbe bastato vestire di nuovi panni colorati e gialli quei due divani sfatti e sporchi, magari appendere luminose visioni alle pareti e stendere sul pavimento quei tappeti indiani di cui V. ha tanto parlato con gli occhi rapiti dalla loro bellezza. E cucinar in quell’angusta cucinetta, sbilenca e scalcinata, con tutta la fòrmica scollata dai ripiani, per gl’amici, tanti e a turni di sette otto, che aspettano sul gran terrazzo affacciato su cortili insoliti, pieni d’alberi e di visioni tropicali.

Mi basterà, si chiedeva il gino perso disperato, “ché devo decidere entro due, tre giorni e tutti qua son partiti per le vacanze, nessuno a consigliarmi, le voci più amiche lontane, adesso in corsica, adesso in irlanda, adesso sull’amiata”. Mi basterà, si ripeteva il gino perso combattuto com’ognuno dal peso delle proprie responsabilità, dalla paura di sbagliar mossa, di cadere al prossimo passo. “Oppure non sarà meglio chiuder gli occhi e buttarsi, immaginarsi d’esser sul bordo d’un portellone d’aereo, aperto sul cielo… Chiuder gli occhi e buttarsi e urlare quando il vento mi farà lacrimar gli occhi e il frastuono della mia caduta che taglia l’aria coprirà ogni altro suono udibile…” Il gino perso mai come ora aveva bisogno d’aver una palla di cristallo, magica e sicura, che gli predicesse un briciolo di futuro, per poter dormire, dormire sereno che scegliere alle volte era come infilarsi un coltello nella pelle e rigirarlo dentro, lasciando il sangue colar giù sul pavimento e contarne le gocce prima di sentir finalmente il dolore.

Chissà se qualcuno aveva un consiglio da dargli…

posted by ginoperso on Ago 29

Il ginoperso vagava per il borgo in scatola cercando una nuova abitazione.

Voleva rapir luce dalle finestre, avere una stanza in cui intrappolare il sole
e poi tavoli su cui disegnare
e poi una cucina per inventar cene e sfamar amici.

E vicini silenti.

Il gino perso cercava un’abitazione da cui scorgere il mare e ascoltarne l’ondeggiare, oppure una da cui ammirare il verde degli alberi e avventurarsi in boschi cinguettanti.

Pensava di fuggir da ‘sto borgo trascurato che gli pareva ogni giorno chiudersi un po’ di più e stritolarlo nella sua spirale di vicoli, di strade pisciose intasate d’auto. Quelle vie che violentavano il silenzio sovrastandolo a colpi di clacson e di tosse asmatica.

E smarriva così le sue giornate per l’agenzie e gli annunci.

posted by ginoperso on Lug 29

Il ginoperso era rimasto colpito, affascinato e ammirato nel vedere lo spettacolo di un nerovestito musicante, che s’inerpicava a ballar su sgabelli co’piedi scalzi tenendo in mano due lampadine accese sul suo volto mai vecchio..

Nel buio della notte il gino perso aveva visto volteggiar e balenar con scie persistenti le lampadine al ritmo d’una musica appassionata e dolente, ascoltando parole da ‘namor perduto.

Il musicante ferito arrochiva il suo canto sempre più, gesticolando e sorprendendo, com’etabeta nei giornaletti, con oggetti inusuali e papere di gomma retroilluminate da far ballare insieme a bambole mordicchiabili, canetti saltellanti, un bollitore e un ombrellone come ci fosse il mare da aspettar con l’alba. Calamitava il nerovestito con il suo bazar di sogni dolenti mentre una radiolina lontana scricchiolando cantava Besame Mucho con la voce della Evora.

Il gino perso sfrenava la sua mente in ammirazione sincera. E, tra le mani le parole del musiconero, gli chiese una dedica non indifferente.

“Il tempo che mi passa sotto il naso
è come un mattone in mezzo ai denti

ma che giorno è?”
(Canio loguercio)

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