posted by ginoperso on Set 29
Il ginoperso pensava alla città salmastra come possibile nuova destinazione del suo abitare.
Non ci sarebbero più state corse affannate nel piccolo borgo chiuso come un’ostrica, ma visioni marcilenti d’un porto fatto di gru illuminate di notte come luna park e sotto il lieto moto ondoso accarezzar la città nuova .
Sarebbero bastate alla felicità ‘ste tre stanze arredate male, brutte, vestite d’abiti malconci e vecchi, retrograde spoglia di mobilia antica. Sarebbe bastato svegliarsi ogni mattino con il cinguettio degli uccellini, aprendo la finestra davanti a visioni di palme sapendo d’essere poi nel cuore sporco d’un porto appena cosmopolita.
Sarebbe bastato alla felicità quel gran soggiorno luminoso, le due finestre aperte su aria calma, nessun vociare di bambini né rumore di clacson. Chissà se sarebbe bastato vestire di nuovi panni colorati e gialli quei due divani sfatti e sporchi, magari appendere luminose visioni alle pareti e stendere sul pavimento quei tappeti indiani di cui V. ha tanto parlato con gli occhi rapiti dalla loro bellezza. E cucinar in quell’angusta cucinetta, sbilenca e scalcinata, con tutta la fòrmica scollata dai ripiani, per gl’amici, tanti e a turni di sette otto, che aspettano sul gran terrazzo affacciato su cortili insoliti, pieni d’alberi e di visioni tropicali.
Mi basterà, si chiedeva il gino perso disperato, “ché devo decidere entro due, tre giorni e tutti qua son partiti per le vacanze, nessuno a consigliarmi, le voci più amiche lontane, adesso in corsica, adesso in irlanda, adesso sull’amiata”. Mi basterà, si ripeteva il gino perso combattuto com’ognuno dal peso delle proprie responsabilità, dalla paura di sbagliar mossa, di cadere al prossimo passo. “Oppure non sarà meglio chiuder gli occhi e buttarsi, immaginarsi d’esser sul bordo d’un portellone d’aereo, aperto sul cielo… Chiuder gli occhi e buttarsi e urlare quando il vento mi farà lacrimar gli occhi e il frastuono della mia caduta che taglia l’aria coprirà ogni altro suono udibile…” Il gino perso mai come ora aveva bisogno d’aver una palla di cristallo, magica e sicura, che gli predicesse un briciolo di futuro, per poter dormire, dormire sereno che scegliere alle volte era come infilarsi un coltello nella pelle e rigirarlo dentro, lasciando il sangue colar giù sul pavimento e contarne le gocce prima di sentir finalmente il dolore.
Chissà se qualcuno aveva un consiglio da dargli…