posted by ginoperso on Set 29
Dalla finestra aperta della sua casetta il ginoperso udiva rumori lontani come di sacchetti di carta gonfiati e poi scoppiati per dispetto.
Sentiva quegli scoppi riecheggiare di valle in valle, ché le colline fuori dalla sua finestra s’eran messe nei millenni una dietro all’altra, creando valli strette e scure. Eran così vicine che parevano onde d’un mare agitato di collinette boscose.
Sacchetti di carta esplosi con la mano, così, schiacciati per dispetto… questo era ciò che il gino perso provava ad immaginare.
Cercava di figurarsi il paffuto pettirosso o la maliziosa cinciallegra, come se in quel preciso istante si fossero posati sul davanzale della sua finestra a becchettar briciole di pane.
Riecheggiò invece un’altro sparo.
E un altro ancora.
Affacciato alla finestra aprì le braccia e con un moto di protezione provò ad abbracciare tutte le rondini, i passeri e le gazze e tutti gli altri che volavano in quelle valli.
Provò a tenerli tutti con sè, nel suo grembo e sentì mille piccoli cuori aumentare i battiti per il terrore e udì il fruscio delle piume impazzite.
posted by ginoperso on Nov 29
Il ginoperso saliva le strade del borgo minuscolo.
Voleva arrampicarsi, salire fino al castello, schiarito nella notte da alcuni fari incastonati nel selciato della vecchia ascesa.
(Si dice che visto dall’alto il mondo sia più bello).
Il ginoperso voleva salire in alto ed osservare, scrutare l’orizzonte buio e capire se in lontananza si vedevano i bagliori del futuro o le sue esplosioni.
Era tornata la guerra, di soldati feriti e donne insaguinate, di legittime difese e di spari ciechi nella notte: quanti anni eran trascorsi da quando le esplosioni si scorgevano dalla cima di quel castellaccio squadrato?
posted by ginoperso on Giu 29
Il ginoperso addomesticava i propri pensieri.
Le persone al bar ridevano. Schiamazzi e vino, aperol e bestemmie.
Fuori la luna. Il ginoperso occhi chiusi cercava la pace.
Il futuro apparve nello schermo gigante della partita del mercoledì: sbalorditi gli uomini guardarono i loro connazionali incatenati.
Il ginoperso si sentì apolide. Cercava nel portafoglio ma il passaporto era svanito: la sua identità evanescente sbriciolava i documenti.
posted by ginoperso on Ott 29
Il ginoperso temeva i temporali.
Nel borgo minuscolo ancor di più.
Il cielo pareva pieno di giganti e i fulmini sembravano traccianti di contraeree. La lotta tra la cupidigia dell’uomo e l’inquietudine rissosa del cielo, pensava il gino.
Poi il cielo ebbe come al solito il sopravvento. E il ginoperso si sedette ad aspettar la fine di quel tumulto.
“Chè – penso guardando fuori dalla finestra – i fatti del cielo, si sa, poi finiscono e a volte regalan l’arcobaleno, fan crescere i funghi e l’erba diventa più verde, e la pioggia spande nell’aria un profumo di nascita che descriver non so. I tumulti dell’uomo sembran invece non aver mai fine: l’arcobaleno lo si vede solo in misere pozzanghere d’olio e spandon nell’aria un odore mortifero che sentir non avremmo mai voluto.”