Archive for the ‘il corpo’ Category

posted by ginoperso on Gen 9

posted by ginoperso on Set 29

Il ginoperso s’accarezza le rotule stanche,
ché i giorni son sassate e le notti son bianche
.

Si tocca la fronte ch’esplode
ché i pensieri son chiodi da appendere sul muro del cuore con martellate di rabbia.

Il ginoperso si rassetta i capelli,
ché il vento li muova e li renda più belli.
Poi si stropiccia gli occhi,
ché il sole è una miccia
e l’estate una guerra.

Il ginoperso s’aggrappa alla luna
ché la sera ristora dall’afa del giorno,
così che immerso in una notte di sogni
da questa possa fare ritorno.

(Al ginoperso s’infiamma lo stomaco,
ché la saggezza è perduta
e la vita dell’uomo pare scaduta.)

posted by ginoperso on Lug 29

Erano le ossa stanche che gli consigliavano di fermarsi: il ginoperso beveva caffè agitati in zucchero e cubetti di ghiaccio.

Tutto questo lontano dal suo borgo rinsecchito dove l’uso non era solito di caffè cosiffatti, bensì di correzioni postume con rabarbaro e sassolino, avvezzi gl’uomini allo spruzzo di rhum e deliziati da’ ponci a vela mai avrebbero permesso all’oste loro di metter ghiaccio nella scura bevanda, rubandole calore e dandole schiuma e bolle così poco adulte...

posted by ginoperso on Lug 29

Il ginoperso spiaggiato vicino alla riva, lasciava che piccole onde tirrene lo cullassero.

Guardava i fondali attraverso le lenti opache e distorcenti del verde mare e gli pareva di riconoscere correnti sottomarine colorate, come anguille fosforescenti: una per la chimica. una per i rifiuti, una per le concerie, una per il piscio…

Il pomeriggio la corrente cambiava direzione e portava a riva cotton fioc e qualche medusa, sacchini della coop e alghe, mentre il mare diventava verde scuro e maleodorante, marcio come i fossi ‘ntorno ai cimiteri.

posted by ginoperso on Lug 29

Il ginoperso sapeva bene che d’estate lavorare stanca ancor di più, e quando le gocce di sudore si mescolano ai colori, il pennello scorre più veloce e il tono dei colori sbiadisce.
Tutto si scioglie intorno.
Quando la liquefazione scivola su gli occhi è tempo di finire. chiudere le imposte e regalar la fresca penombra alle ore di lavoro,

Poi uscire.
E andare lontano.

posted by ginoperso on Mag 29

Il ginoperso correva felice incontro ai giorni futuri!
Sudato correva sospinto dal vento della gioia!
E quando questo raffreddava la sua schiena madida, il ginoperso starnutiva e nel fazzoletto tenuto davanti alla bocca trovava fiori.

Starnutendo gigli e convolvoli correva così per i prati dove sapeva avrebbe incontrato la sua farfalla.
Infatti starnutir fiori era richiamo e la farfalla volò a lui e insieme corsero giù verso i giorni futuri.

posted by ginoperso on Ago 29

Il ginoperso, sudato tra le braccia dei caldi pomeriggi estivi, stritolava la sua possibile depressione con iperattività motoria.

Ripeteva alle sue ginocchia dove andare, per cosa eran nate, che si ricordassero la meccanica dei movimenti a cui eran adatte.

Pregava e incitava le proprie mani affinché lo aiutassero in quel momento difficile, affinché mostrassero talento e voglia di faticare. Rammentava ai suoi occhi di guardare guardare guardare e a se stesso di non scordarsi di continuar ad imparare.

Le sue labbra, s’eran gonfie, sapevan a chi rivolgersi. Sapeva di doversi ‘nchinar a bravura e bellezza e di rammentarsi tutto ciò durante il suo misero lavoro.

Il gino perso aveva il mestiere d’un artigiano incapace di contar i soldi, aveva il mestiere d’un artigiano che rincorre linee sui fogli e idee passeggere nella sua testa dal contenuto ciottolante. Aveva il mestiere d’un artigiano che vuol denudar forme e non ci riesce, un mestiere che per davvero gli lasciava degli infantili segni colorati sui polpastrelli delle dita.

E non eran i tasti liquiriziosi della tastiera del suo computer a marchiarlo così…

posted by ginoperso on Giu 29

Il ginoperso addomesticava i propri pensieri.

Le persone al bar ridevano. Schiamazzi e vino, aperol e bestemmie.

Fuori la luna. Il ginoperso occhi chiusi cercava la pace.

Il futuro apparve nello schermo gigante della partita del mercoledì: sbalorditi gli uomini guardarono i loro connazionali incatenati.

Il ginoperso si sentì apolide. Cercava nel portafoglio ma il passaporto era svanito: la sua identità evanescente sbriciolava i documenti.

posted by ginoperso on Apr 29

Il ginoperso tramortiva di tramonto rosso alla sera.

Si copriva poi di un lenzuolo di serenità per affrontare l’ora del crepuscolo.

Passeggiava per il lungofiume dimenticato a cercare quel momento in cui, all’inizio di ogni estate, un giorno (o forse per molti giorni) il sole rosso, gigantesco, s’appesantiva e lento s’inoltrava nel fiume. Dal ponte lo vedeva immergersi nella curva secca dell’alveo tra le file dei muretti, le ‘spallette’, che proteggevano il borgo dalle piene (memoria terribile d’impotenza e fango, d’impeto e disastro). Erano i muretti che ospitavano alla sera culacci sfiancati di studentesse dall’accento irriconoscibile, dalla risata libera di chi sa di non essere riconosciuto, che riposavano pantaloni stracciati di falsi pensatori alternativi, d’artistoidi a leccar gelato dai coni, di globalizzatori di puttanate, di impegnati filosofi del fare ‘n cazzo, ch’eran aggrediti da vagabondi immaturi, co’loro culacci a schiacciar portafogli gonfi, ripieni come ravioli (ma toglieteli da lì, vi dico!, ché la colonna si torge!!).

Il ginoperso ammirava il sole andarsene muto. Se solo si fosse udito un tonfo, se solo si fossero alzati schizzi d’acqua dal fiume, quel borgo rannicchiato si sarebbe almeno ricordato di un fiume di cui s’era smarrito il nome e di un sole poco ammirato. Era pur sempre quel sole che illuminava le giornate a ‘sti borghesi ammantati di desideri, le illuminava attraverso vetri pieni d’ombre e grasso dalle loro finestre sempre troppo chiuse.

Il ginoperso allora sedeva.
Alle volte attendeva così il crepuscolo per godersi l’intenso blu dal quale in magnificente scenografia riappariva la luna bianca. Il borgo intanto si sedeva per la cena. Rumore di forchette e piatti, uno sgranocchiare diffuso. Il sole e la luna muti scambiarsi il cielo.

Il ginoperso amava il silenzio degli enormi astri quando sorgono e tramontano.

posted by ginoperso on Nov 29

Il ginoperso disperava spesso.

Correva dentro il suo appartamento, rimbalzando di stanza in stanza per sfuggire all’ombra scura della sua disperazione. Apriva le finestre, anche in pieno inverno, e sventolava un giornale con la speranza che la corrente d’aria si portasse via quell’ombra malsana.

Alcune volte ci riusciva. Le altre volte no.

Allora il ginoperso si sedeva e aspettava.

Aspettava che l’ombra della disperazione gli si sedesse accanto, finalmente vittoriosa. Con un braccio poi le cingeva le spalle e la salutava cortese e rassegnato.

“Vuoi da bere?” le chiedeva. Solo per cortesia, non per dimenticare ubriacandosi. Solo perché un bicchiere in mano faceva loro assumere una posizione più credibile. E con in mano un bicchiere passavano così le ore, silenziosi, l’uno accanto all’altra.

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