posted by ginoperso on Giu 5
In un giorno di febbraio vagando pe’ il borgo d’Assisi, svoltando per strade finalmente vuote di piccole suore, di filippini, di giovani inneggianti, il gino perso seguendo i passi della sua farfalla nera giunse infine ad un piccolo teatro.
In realtà lo capirono entrambi dopo qualche attimo che quella porticina da cui si intravedevano tavolini e sedie e panche e seggiolini fosse un teatrino.
Sedute se ne stavano tre persone, dando le spalle all’uscita; deserto il resto del locale appena illuminato da poche lampade.
Affacciarono i loro sguardi verso il palco, senza entrare, rimanendo sulla strada, come se stessero chinati sopra ad un minuscolo teatro per burattini e da una fessura ne scoprissero il “misterioso” interno.
Scoprirono un omino seduto su uno sgabello con la chitarra in braccio che da solo occupava tutto il palco: era né vecchio né giovane, la faccia affaticata di occhi pesti e una spazzolata appena accennata nei capelli corti. Per un attimo gli sguardi dei curiosi e quelli del musico si incontrarono.
Il musico sorpreso si scoprì severo nel guardare gli intrusi e i curiosi sentirono l’imbarazzo d’essersi intromessi in una questione privata. Il gino perso sentiva d’aver rotto, come quando distrattamente si accende la luce della camera da letto dimentichi di lei che già dorme, l’intimita di quegli accordi di prova, della ripetizione rassicurante prima del concerto serale, .
Eppure gli sembrò che il musico guardasse loro chiedendosi se per caso non conoscesse i due curiosi, come persone che si incontrano nell’autobus in una piccola cittadina.
Invece il gino e la sua farfalla avevan da subito riconosciuto in quell’uomo dall’aspetto distratto il Sergio Caputo che a volte avean adorato negli anni passati.