Archive for the ‘in viaggio’ Category

posted by ginoperso on Giu 5

In un giorno di febbraio vagando pe’ il borgo d’Assisi, svoltando per strade finalmente vuote di piccole suore, di filippini, di giovani inneggianti, il gino perso seguendo i passi della sua farfalla nera giunse infine ad un piccolo teatro.

In realtà lo capirono entrambi dopo qualche attimo che quella porticina da cui si intravedevano tavolini e sedie e panche e seggiolini fosse un teatrino.
Sedute se ne stavano tre persone, dando le spalle all’uscita; deserto il resto del locale appena illuminato da poche lampade.

Affacciarono i loro sguardi verso il palco, senza entrare, rimanendo sulla strada, come se stessero chinati sopra ad un minuscolo teatro per burattini e da una fessura ne scoprissero il “misterioso” interno.

Scoprirono un omino seduto su uno sgabello con la chitarra in braccio che da solo occupava tutto il palco: era né vecchio né giovane, la faccia affaticata di occhi pesti e una spazzolata appena accennata nei capelli corti. Per un attimo gli sguardi dei curiosi e quelli del musico si incontrarono.
Il musico sorpreso si scoprì severo nel guardare gli intrusi e i curiosi sentirono l’imbarazzo d’essersi intromessi in una questione privata. Il gino perso sentiva d’aver rotto, come quando distrattamente si accende la luce della camera da letto dimentichi di lei che già dorme, l’intimita di quegli accordi di prova, della ripetizione rassicurante prima del concerto serale, .
Eppure gli sembrò che il musico guardasse loro chiedendosi se per caso non conoscesse i due curiosi, come persone che si incontrano nell’autobus in una piccola cittadina.

Invece il gino e la sua farfalla avevan da subito riconosciuto in quell’uomo dall’aspetto distratto il Sergio Caputo che a volte avean adorato negli anni passati.

posted by ginoperso on Set 1

L’Apuane grattavano il cielo,

come selce che gratta il cuoio
.

In fondo, là all’orizzonte, le cime crude delle alpi toscane puntavano il cielo e
rendevano più luminoso l’arrivo del settembre.

Il ginoperso le ammirava,
portenti nella pianura tirrenica,
bianchi pennini per graffiare il celeste soffitto,
spigoli antichi, frastagliate come una bocca di denti rotti,
pericolose come cocci di vetro messi sopra ai muri di cinta,
scorbutiche montagne bianche, dure e fredde, false dolomiti,
vigliacche di roccia fragile come femori di un vecchio.

Limpide apparivano, da lontano si riconoscevano i canaloni, le fratture, i camini
e pareva al gino di veder l’anime degli escursionisti risalire le franose chine traditrici e, colmi di gioia, raggiungerne le desiderate vette per saltar finalmente sull’ultima cima azzurra che nell’azzurro perdura*.

E placar così il loro tormento.

*JLBorges.

posted by ginoperso on Mag 29

Il ginoperso, al risveglio, ammirava da un balconcino tra i tetti
la mole del Gran Sasso,
pugno di pietra a colpire il cielo
.

Il piccolo borgo d’Abruzzo aveva una tavola imbandita ogni giorno,
di pomodori e rigaglie abruzzesi, ma di parole toscane,
di detti detti tanto per dire, impugnando bicchieri di Montepulciano,
spurio vino transumato dalle colline toscane più a sud.

“Terra poco lontana, d’amici e parole sane,
terra in cui macchiarsi la camicia di vino,
terra di pecore, sminuzzate e infilzate in steccoli unti,
terra di meravigliosi odori, l’aria di montagna tra le strade, il mare a meno di un’ora,
terra bella in cui tornare, osteria d’oste e ostessa amati.

Tornar mi è difficile nel borgo striminzito, adesso quasi vuoto, gli orizzonti di colline boscose ormai noiose, le stradine agitate di curve e salite buone per ciclisti in pensione. Partire mi è facile adesso.

Recise le radici, che, a dire il vero, non erano così profonde.

Come radici nodose e pericolose di grosso pino che, ribelli all’uomo, ne sconquassano l’asfalto delle strade.”

(Ci fu una sera all’osteria della vecchia Teramo che venne un pellegrino con telecamera in grembo, e prima di ripartire per il Salento, volle banchettare e parlare. Riprese per non dimenticare).

posted by ginoperso on Nov 29

Il ginoperso sognava la rocca di San Leo.

Prigione scolpita sui sassi, perfida madre dal ventre scuro, dai cui orifizi luridi e appena illuminati dal sole della primavera si udivano urla strazianti.

“Serafina, dove sei? Non fatele del male” – erano le ultime parole sconnesse gridate dal gran alchimista che, perdendo il senno per la prigionia terribile, invocava la moglie amata credendola chiusa in una cella vicina.


Il ginoperso lo vedeva in fondo ad un pozzo quell’ometto rubicondo, urlare la sua disperazione ad una lama di luce che si faceva strada dall’unica feritoia della cella, alta ed umida come la gola di un drago. Nel sogno il ginoperso si era calato in quella cloaca profonda e tetra dov’era prigioniero l’alchimista. E aveva aperto una porta nel muro, ché la roccia quand’è composta della materia del sogno diviene malleabile e imprevedibile. Tendendo poi una mano al prigioniero ne aveva in un attimo, come attraverso una scossa elettrica, indovinato il nome e la storia.

Aprì così la porta nel muro in modo che il Conte di Cagliostro potesse volar via dalla sua prigionia, scampando una morte tremenda ordinatagli dal papa.

“Apri l’ali, torna verso la tua Sicilia, sorvola poi Malta e recupera visione della Parigi che t’ha amato e vola poi verso il cielo alto a ricongiungerti agl’altri martiri dell’umanità che già da un pezzo ti attendono”.

posted by ginoperso on Set 29

Il ginoperso non inquisiva mai.

Odiava inquisire, perché significava cominciare una inquisizione. E per farla non c’era bisogno di nient’altro che di un inquisito da inquisire.

Niente giustizia, nessuna difesa possibile, nessun senno, nessun dio misericordioso, nessuna pietà, nessuna luce solo tenebra.


Il ginoperso soffiò con tutto il fiato che aveva nei suoi sgonfi polmoni e immaginò che quel soffio spegnesse un fuoco appena acceso in Campo de’Fiori, ai piedi del domenicano di Nola il quale, bloccata la bocca da un morso metallico, bruciando non poteva nemmeno urlare il suo nome: Giordano Bruno.

(Soffiava lui, umile nessuno, per provare a spegnere quel rogo ingiusto del passato, ché tanto i papi non sprecavano fiato per scusarsi di ciò che in nome di dio s’era fatto prima di loro).

posted by ginoperso on Lug 29

Erano le ossa stanche che gli consigliavano di fermarsi: il ginoperso beveva caffè agitati in zucchero e cubetti di ghiaccio.

Tutto questo lontano dal suo borgo rinsecchito dove l’uso non era solito di caffè cosiffatti, bensì di correzioni postume con rabarbaro e sassolino, avvezzi gl’uomini allo spruzzo di rhum e deliziati da’ ponci a vela mai avrebbero permesso all’oste loro di metter ghiaccio nella scura bevanda, rubandole calore e dandole schiuma e bolle così poco adulte...

posted by ginoperso on Lug 29

Il ginoperso spiaggiato vicino alla riva, lasciava che piccole onde tirrene lo cullassero.

Guardava i fondali attraverso le lenti opache e distorcenti del verde mare e gli pareva di riconoscere correnti sottomarine colorate, come anguille fosforescenti: una per la chimica. una per i rifiuti, una per le concerie, una per il piscio…

Il pomeriggio la corrente cambiava direzione e portava a riva cotton fioc e qualche medusa, sacchini della coop e alghe, mentre il mare diventava verde scuro e maleodorante, marcio come i fossi ‘ntorno ai cimiteri.

posted by ginoperso on Ott 29

Milano stanca anneriva i muri ai palazzi massicci.


Il mercato del sabato fremeva nella piazza. Il ginoperso s’aggirava per i banchetti pieni di verdure. Come viaggiando dal nord al sud della penisola, ammirava cime di rapa, cicorie e friarelle, melanzane tonde e lunghe, pomodori cuore di bue e sensuali ciliegini, biete e broccoli energici.
I pakistani, i cingalesi, i nordafricani stavano piantati in mezzo alle corsie del mercato, come pali nell’asfalto, con le braccia aperte ad offrir mazzetti d’agli e d’erbe aromatiche, oppure ciondolando limoni mentre i passanti per passare li spintonavano, come i cavalieri fieri su quel fantoccio di saracino della giostra medievale.

Il ginoperso volentieri acquistava le sue verdure preferite e la piazza pareva finalmente sorridere e Milano si distendeva su di un prato verde in un giorno solatio di primavera. Il sud colorava il nord con il verde delle erbe, il rosso dei pomodori, il giallo delle patate: peccato durasse solo il tempo di un mattino, ma il cucinare appassionato quelle verdure fresche soffiava via la polvere grigia dalle finestre e spazzava via l’alito opaco della città malata, tanto ché affacciandosi s’intuiva il cielo più azzurro del solito.

In fondo, pensava il ginoperso, stiamo tutti sotto lo stesso cielo azzurro, a Napoli e a Milano, come a Nairobi e a Singapore. Era proprio bello esserne cosciente: il grande soffitto affrescato del gigantesco condominio terrestre.

(L’amministratore evidentemente non si faceva vivo da un pezzo, ma era impossibile trovare un sostituto).

posted by ginoperso on Apr 29

Il ginoperso amava viaggiare.

Soggiornare in città nuove. Il gusto stava nel sentirle muovere, respirare, nell’annusare l’aria e odorar le strade, capirne il clima.
Guardar sotto quale cielo ci si sarebbe seduti al tavolino d’un bar.

Amava ascoltare il rumore delle città, sentirle poi gocciolar di sudore nell’estati afose, e capire per ogni città diversa quale odore nuovo si sarebbe confuso con quello del magmatico asfalto incadescente.

Fotografare i colori dei muri, guardarne le finestre, le loro forme. Fermarsi sotto ai palazzi e poi con senso di vertigine tirar su gli occhi e guardarlo innalzarsi al cielo, dal basso verso l’alto.

Capire le parole dette nei bar, osservar gli occhi di gente nuova e cercar d’intrecciar sorrisi.

Il ginoperso amava viaggiare ma lo faceva troppo di rado…

posted by ginoperso on Ott 29

Il ginoperso vagabondava pe’ il borgo orafo.


Come ogni primo sabato del mese c’eran banchi colmi d’anticaglie, di stucchi e di maniglie.
Rovistando senz’attenzione con lo sguardo su quei banchetti di dimenticaglie s’accorse d’una testa rozza, liscia e massiccia.
Una testa di duce da usare come arrogante fermacarte.
Allora, di banco in banco, la sua attenzione crebbe riconoscendo libri sulla propaganda nera, cataloghi d’arte futurista mostrati come fosse stata l’unica arte del secole breve, e poi tra una scatola di latta di brutte poesie marinettiane incontrò persino atti e saggi di biblioteca massone.
Il gino perso confuso roteava la testa e gl’occhi, arrancava su per la salita, in quel primo pomeriggio d’autunno.
Cercò almeno un fiore rosso che fosse antagonista fiero, un pomodoro solitario o il rossore delle guance d’una fanciulla per ristabilire l’ordine delle cose e riequilibrare i neri sintomi.
Tra quelle bancarelle c’era l’invenzione di un passato glorioso camuffato da una confusione rissosa tra fascismo e belle epoque.

“Che s’abbatta su di voi il fallimento, loschi antiquari! Che s’abbatta su di voi come i manganelli che adesso vendete a ‘sti quattro turisti ebbri di villeggiatura e di sole!”

Poi il gino intravide la salvezza in fondo alla strada nel sorriso della sua farfalla nera: l’unico nero rassicurante insieme a quello dell’inchiostro e della notte.

Il tempo non l’avrebbe mai concesso eppure su quei banchetti c’era il perdono frettoloso concesso ad un regime terribile.
All’ombra dei tendoni stava l’occulto, tra meinkampf e saggi revisionistici, tra olio di ricino e stupri. L’oblio vinceva ancora la sua lotta sleale contro la memoria.
E quella testa pesante d’omicida, lucida come la follia che la muoveva, come tenerla immobile su di un tavolo?
Come si può? Quella testa va gettata lontano, in fondo al mare o che sia cibo per vermi sotterrata a dieci e più metri di profondità!

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