Archive for the ‘fiori, piante e animali’ Category

posted by ginoperso on Gen 9

posted by ginoperso on Nov 21

“Aironi, bianchi cavalieri di queste steppe piccole
sputate di pioggia e di smog,
scavalcatori di spaventapasseri,
statue ancestrali apparse nei campi di cavolo nero,
gambe lunghe di ombre della sera,
totem conficcati nella melma molle,
volatemi più vicino,
saltellate nei vasi dei miei fiori di città
sul balcone dove coltivo il rosmarino,
conficcatevi lì, in quella terra povera e minima,
ch’io vi veda dalla finestra al risveglio
e mi ricordi cos’ero prima di diventare un uomo.

Aironi, che avete il collo come tubo di gomma
vorrei che avvolgendomi mi beccaste via tutte le pulci
che questa città grande, asmatica, m’appiccica addosso,
con i vostri becchi lunghi e precisi come pinze d’orafo.
Quando vi vedo volare sento l’Africa,
nei refoli che s’animano dalle vostre ali il silenzio dell’inizio,
e svanisco,
perché voi eravate qua prima di me.”

Il Ginoperso costeggiava i campi coltivati mentre l’autunno si riposava, lasciando i fossi pieni e la terra molle.

posted by ginoperso on Mag 31

Il ginoperso appannava il vetro della finestra con il respiro, mentre guardava la neve cadere sul bosco, come zucchero vanigliato dal setaccio.

Il borgo, silenzioso come un morto nella bara, si rannicchiava ancora di più per difendersi dal freddo e, contraendosi, quasi scompariva sotto la coperta candida della nevicata.

Il bosco pigolava nella notte, tutti i passeri al freddo, i rumori dei rami spezzati per il peso della neve animava il silenzio. Si chiedeva il gino quale coperta avrebbe riscaldato tutti quegli uccellini impreparati, singhiozzanti adesso in cinguetttii isterici.
La notte intanto continuava a crepitare di improvvisi rumori, come di lenti passi tra gli alberi.

Era l’inverno che avanzava con i suoi piedi pesanti.

(gennaio 2006)

posted by ginoperso on Mag 29

Il ginoperso stava sotto la fitta nevicata viola

di un antico glicine.

Fiore cittadino, arbusto abbarbicato tra mura crepate e balconi trecenteschi,
colata lavica da vulcanica terrazza,
gazebo di colorata vertigine, uva per gli occhi,
profumata collana primaverile per medicei palazzi decaduti,
stava lì a farsi rimirare, come una donna dalle belle grazie.

Grappoli di fiori teneri, appetitosi allo sguardo,
il ginoperso voleva quasi mangiarselo quel glicine
e portarsi dentro per sempre lo spettacolo meraviglioso del suo colore.

posted by ginoperso on Set 29

Dalla finestra aperta della sua casetta il ginoperso udiva rumori lontani come di sacchetti di carta gonfiati e poi scoppiati per dispetto.

Sentiva quegli scoppi riecheggiare di valle in valle, ché le colline fuori dalla sua finestra s’eran messe nei millenni una dietro all’altra, creando valli strette e scure. Eran così vicine che parevano onde d’un mare agitato di collinette boscose.

Sacchetti di carta esplosi con la mano, così, schiacciati per dispetto… questo era ciò che il gino perso provava ad immaginare.

Cercava di figurarsi il paffuto pettirosso o la maliziosa cinciallegra, come se in quel preciso istante si fossero posati sul davanzale della sua finestra a becchettar briciole di pane.

Riecheggiò invece un’altro sparo.
E un altro ancora.

Affacciato alla finestra aprì le braccia e con un moto di protezione provò ad abbracciare tutte le rondini, i passeri e le gazze e tutti gli altri che volavano in quelle valli.
Provò a tenerli tutti con sè, nel suo grembo e sentì mille piccoli cuori aumentare i battiti per il terrore e udì il fruscio delle piume impazzite.

posted by ginoperso on Mar 29

Il ginoperso starnutiva di primavera.

Prurigini olfattive gli stuzzicavano le narici chè doveva ogni volta tamponare sonori starnuti con dito provvidenziale.

Il ginoperso sapeva che non era salutare costringere gli starnuti chiusi nelle segrete delle sue nari. Gli starnuti erano come animali selvaggi e impetuosi, capaci dell’esplosione improvvisa.

Era il polline che galleggiava nell’aria a irritare la respirazione del povero gino.
Erano i batuffoli dei platani, l’odore della parietaria che apriva squarci nelle mura antiche del borgo, l’acre odore del pitosforo delle siepi: la primavera lo colpiva passeggiando pe’l borgo piccino. E il ginoperso tramortiva quasi di stanchezza.

La magnolia giapponese già era sfiorito e aveva da tempo lanciato a terra i suoi fiori grandi simili a coppe per il vino, lasciando sul terreno centinaia di cocci carnosi (e la farfalla nera già aveva pianto come ogni anno, la loro fulminea scomparsa).

posted by ginoperso on Set 29

il ginoperso frescheggiava
all’ombra delle colate verdi chiare di un salice piangente.

“Cupola ventilata di ristoro! Cappello verde a proteggermi dal sole di luglio!
Ombrello di vegetali dreadlock, albero di chioma rastafari!
Rinfrescami ancora! Non lasciare passare il sole che cuoce. Ristorami albero capellone, albero dalle mille dita pendule!
Fa vincere l’ombra ancora e ancora!
Sconfiggi il sole proprio nella sua migliore performance: l’estate torrida.
Resisti, ch’anch’io resisto!”.

E, seduto, le gambe distese, s’addormentò nella culla ombrosa mentre la filodiffusione era sintonizzata sul suono d’un vento gentile.

posted by ginoperso on Giu 29

Il banchetto delle rondini al crepuscolo era come un sabba gioioso.

Indiavolate le rondini sembravano inseguirsi con le bocche spalancate, la gola arancione bene in vista, mentre si gettavano giù verso il terreno con virate imprevedibili.

Piroettavano nella piccola vallata, danzando intorno agli insetti, cantando il loro ringraziamento al cielo per il banchetto quotidiano.

E continuavano così finché calava la sera.

posted by ginoperso on Apr 29

Il ginoperso tramortiva di tramonto rosso alla sera.

Si copriva poi di un lenzuolo di serenità per affrontare l’ora del crepuscolo.

Passeggiava per il lungofiume dimenticato a cercare quel momento in cui, all’inizio di ogni estate, un giorno (o forse per molti giorni) il sole rosso, gigantesco, s’appesantiva e lento s’inoltrava nel fiume. Dal ponte lo vedeva immergersi nella curva secca dell’alveo tra le file dei muretti, le ‘spallette’, che proteggevano il borgo dalle piene (memoria terribile d’impotenza e fango, d’impeto e disastro). Erano i muretti che ospitavano alla sera culacci sfiancati di studentesse dall’accento irriconoscibile, dalla risata libera di chi sa di non essere riconosciuto, che riposavano pantaloni stracciati di falsi pensatori alternativi, d’artistoidi a leccar gelato dai coni, di globalizzatori di puttanate, di impegnati filosofi del fare ‘n cazzo, ch’eran aggrediti da vagabondi immaturi, co’loro culacci a schiacciar portafogli gonfi, ripieni come ravioli (ma toglieteli da lì, vi dico!, ché la colonna si torge!!).

Il ginoperso ammirava il sole andarsene muto. Se solo si fosse udito un tonfo, se solo si fossero alzati schizzi d’acqua dal fiume, quel borgo rannicchiato si sarebbe almeno ricordato di un fiume di cui s’era smarrito il nome e di un sole poco ammirato. Era pur sempre quel sole che illuminava le giornate a ‘sti borghesi ammantati di desideri, le illuminava attraverso vetri pieni d’ombre e grasso dalle loro finestre sempre troppo chiuse.

Il ginoperso allora sedeva.
Alle volte attendeva così il crepuscolo per godersi l’intenso blu dal quale in magnificente scenografia riappariva la luna bianca. Il borgo intanto si sedeva per la cena. Rumore di forchette e piatti, uno sgranocchiare diffuso. Il sole e la luna muti scambiarsi il cielo.

Il ginoperso amava il silenzio degli enormi astri quando sorgono e tramontano.

posted by ginoperso on Ago 29

“Molte delle cose belle non hanno un nome,
forse perché sono poco frequentate”.

Questo pensava il ginoperso odorando l’aria intorno mentre staccava i pomodori dalle piante.

E di quel profumo non esisteva il nome.

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