posted by ginoperso on Apr 29
Il ginoperso ogni mattina faceva scorrere la sua rigida tessera nell’orologio dell’azienda che rispondeva con un fischio.
Un buongiorno, da macchina ad automa. Poi si stropicciava gli occhi fino al suono della campana, quella d’inizio produzione.
Da quel momento in poi il gino perso sognava d’altro mentre seduto davanti al computer eseguiva il suo lavoro.
Sognava solo un po’ di tempo in più e ritmi più rallentati.
Sognava non di fare ‘n cazzo ma di poter decidere di giorno in giorno della sua vita.
Il gino perso era disorientato da quel trillo mattutino che sembrava annunciargli perdita d’identità e di possesso delle proprie azioni fino al trillo successivo, quello del pomeriggio. Solo la sua mente poteva divincolarsi dalle strette maglie della sopravvivenza.
E il ginoperso non sognava di un televisore nuovo, né di un auto più grande, né di tette televisive e di culi da passarella: lui sognava d’un pacifico vivere, di giornate trascorse in abbracci e sorrisi, in bevute e lavoro, di pranzi consumati con la sua farfalla nera, scandite da risvegli pieni di aspettative.
Sognava gli occhi di lei e le voci amiche delle persone care.
Tutto questo sognare è retorico? Scontato? Ingenuo? Buonista? Addirittura infantile? Un’anarchia qualunquista, un’anarchia sgonfia e povera di significati, un niente irrealizzabile? Il gino perso sognava d’altro.
E la sua vita si colorava perché sapeva come realizzare i propri sogni. Gli altri, seduti come lui, sognavano d’altro pure loro, ma avevano perso la speranza.