posted by ginoperso on Apr 29
Il ginoperso tramortiva di tramonto rosso alla sera.
Si copriva poi di un lenzuolo di serenità per affrontare l’ora del crepuscolo.
Passeggiava per il lungofiume dimenticato a cercare quel momento in cui, all’inizio di ogni estate, un giorno (o forse per molti giorni) il sole rosso, gigantesco, s’appesantiva e lento s’inoltrava nel fiume. Dal ponte lo vedeva immergersi nella curva secca dell’alveo tra le file dei muretti, le ‘spallette’, che proteggevano il borgo dalle piene (memoria terribile d’impotenza e fango, d’impeto e disastro). Erano i muretti che ospitavano alla sera culacci sfiancati di studentesse dall’accento irriconoscibile, dalla risata libera di chi sa di non essere riconosciuto, che riposavano pantaloni stracciati di falsi pensatori alternativi, d’artistoidi a leccar gelato dai coni, di globalizzatori di puttanate, di impegnati filosofi del fare ‘n cazzo, ch’eran aggrediti da vagabondi immaturi, co’loro culacci a schiacciar portafogli gonfi, ripieni come ravioli (ma toglieteli da lì, vi dico!, ché la colonna si torge!!).
Il ginoperso ammirava il sole andarsene muto. Se solo si fosse udito un tonfo, se solo si fossero alzati schizzi d’acqua dal fiume, quel borgo rannicchiato si sarebbe almeno ricordato di un fiume di cui s’era smarrito il nome e di un sole poco ammirato. Era pur sempre quel sole che illuminava le giornate a ‘sti borghesi ammantati di desideri, le illuminava attraverso vetri pieni d’ombre e grasso dalle loro finestre sempre troppo chiuse.
Il ginoperso allora sedeva.
Alle volte attendeva così il crepuscolo per godersi l’intenso blu dal quale in magnificente scenografia riappariva la luna bianca. Il borgo intanto si sedeva per la cena. Rumore di forchette e piatti, uno sgranocchiare diffuso. Il sole e la luna muti scambiarsi il cielo.
Il ginoperso amava il silenzio degli enormi astri quando sorgono e tramontano.