posted by ginoperso on Nov 29
Il ginoperso sognava la rocca di San Leo.
Prigione scolpita sui sassi, perfida madre dal ventre scuro, dai cui orifizi luridi e appena illuminati dal sole della primavera si udivano urla strazianti.
“Serafina, dove sei? Non fatele del male” – erano le ultime parole sconnesse gridate dal gran alchimista che, perdendo il senno per la prigionia terribile, invocava la moglie amata credendola chiusa in una cella vicina.
Il ginoperso lo vedeva in fondo ad un pozzo quell’ometto rubicondo, urlare la sua disperazione ad una lama di luce che si faceva strada dall’unica feritoia della cella, alta ed umida come la gola di un drago. Nel sogno il ginoperso si era calato in quella cloaca profonda e tetra dov’era prigioniero l’alchimista. E aveva aperto una porta nel muro, ché la roccia quand’è composta della materia del sogno diviene malleabile e imprevedibile. Tendendo poi una mano al prigioniero ne aveva in un attimo, come attraverso una scossa elettrica, indovinato il nome e la storia.
Aprì così la porta nel muro in modo che il Conte di Cagliostro potesse volar via dalla sua prigionia, scampando una morte tremenda ordinatagli dal papa.
“Apri l’ali, torna verso la tua Sicilia, sorvola poi Malta e recupera visione della Parigi che t’ha amato e vola poi verso il cielo alto a ricongiungerti agl’altri martiri dell’umanità che già da un pezzo ti attendono”.