posted by ginoperso on Nov 21

“Aironi, bianchi cavalieri di queste steppe piccole
sputate di pioggia e di smog,
scavalcatori di spaventapasseri,
statue ancestrali apparse nei campi di cavolo nero,
gambe lunghe di ombre della sera,
totem conficcati nella melma molle,
volatemi più vicino,
saltellate nei vasi dei miei fiori di città
sul balcone dove coltivo il rosmarino,
conficcatevi lì, in quella terra povera e minima,
ch’io vi veda dalla finestra al risveglio
e mi ricordi cos’ero prima di diventare un uomo.

Aironi, che avete il collo come tubo di gomma
vorrei che avvolgendomi mi beccaste via tutte le pulci
che questa città grande, asmatica, m’appiccica addosso,
con i vostri becchi lunghi e precisi come pinze d’orafo.
Quando vi vedo volare sento l’Africa,
nei refoli che s’animano dalle vostre ali il silenzio dell’inizio,
e svanisco,
perché voi eravate qua prima di me.”

Il Ginoperso costeggiava i campi coltivati mentre l’autunno si riposava, lasciando i fossi pieni e la terra molle.

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